Il fatto è che non lo faccio mai. A me piace viaggiare in treno tra casa e il lavoro, ma purtroppo la vita in una città di periferia, e il lavoro in un angolo sperduto del pianeta, non si conciliano con gli orari delle ferrovie. Non sto parlando di frecce colorate che volano veloci sui binari, mi piace prendere il trenino locale, quello che fa mille fermate in 10 kilometri. Ieri è stato il giorno prescelto, per una serie di circostanze ho dovuto usare quel mezzo, oltre a vari passaggi per raggiungere stazioni e casa (questa è un’altra ragione per cui non posso usare questo mezzo per andare tutti i giorni a lavorare).
Arrivo con un discreto anticipo alla stazione, non sono organizzata, come lo ero un tempo, con letture e musiche, quindi ho modo di guardarmi attorno. Le erbacce tra i binari si muovono sinuose per il vento, è una bella giornata e la luce nitida del tardo pomeriggio rende precisi i contorni. Insieme a me, una strana umanità aspetta l’arrivo del treno: uomini stanchi di lavoro con la sigaretta in bocca, ragazzi con il cane, qualche donna con la borsa, manager che sicuramente hanno sbagliato treno, stranieri. Eh sì, tanti stranieri, tanti quanti non ne vedevo da tanto tempo: nordafricani, orientali, europei dell’est, mediorientali. Uno di questi ultimi mi colpisce, bello, bellissimo, carnagione scura e occhio smeraldo, naso dritto e portamento elegante, vestito di jeans e maglietta. Ci guardiamo, probabilmente pensiamo ‘ma guarda come è diverso/a da me’, chissà, magari si chiede se sono tirolese, o irlandese. Quindici minuti, si scende. Sono stati 15 minuti belli senza la Zampetta, un’esperienza solo mia, non mi capita tanto spesso negli ultimi tempi. Mi sono sentita parte di questo mondo.




